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L’AMORE NON SPEZZA LE ALI: SE IL POSSESSO DIVENTA REALTÀ, IL SILENZIO È COMPLICITÀ

C’era un’aula universitaria, a Catanzaro, colma di sguardi giovani, di respiri sospesi e di una verità che fa tremare le vene: la violenza di genere non è un fatto di cronaca nera da sfogliare distrattamente. È un’emorragia sociale che consuma il nostro presente. Più di duecentocinquanta studenti si sono ritrovati all’Università Magna Graecia per gridare […]

Cesare Barone
Cesare Barone
30 ott 2026 · 2 min lettura · 12 views
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C’era un’aula universitaria, a Catanzaro, colma di sguardi giovani, di respiri sospesi e di una verità che fa tremare le vene: la violenza di genere non è un fatto di cronaca nera da sfogliare distrattamente. È un’emorragia sociale che consuma il nostro presente. Più di duecentocinquanta studenti si sono ritrovati all’Università Magna Graecia per gridare un coro unanime, potente e necessario: “Non chiamatelo amore”. Non si può chiamare amore ciò che umilia, ciò che isola, ciò che cancella l’identità. L’amore non stringe le dita intorno al collo, non controlla i messaggi sul telefono, non decide quali vestiti indossare. Quello si chiama possesso. Si chiama prevaricazione. Si chiama violenza. L’iniziativa, guidata con forza e sensibilità da don Roberto Corapi direttore della Pastorale Universitaria, ha squarciato il velo dell’indifferenza accademica per trasformare un’aula universitaria in un presidio di umanità. Perché il compito dell’università non può limitarsi a sfornare professionisti o a distribuire nozioni; il suo dovere più alto è formare coscienze. Deve essere il luogo in cui si impara a riconoscere i primi, impercettibili segnali di una relazione tossica, dove si coltiva il coraggio di non girarsi dall’altra parte. I momenti di profonda commozione, come l’abbraccio tra la scrittrice Catia Acquesta e la giovane Elisabeth Rosanò, orfana di femminicidio, ci ricordano la carne viva della tragedia. Quando una donna viene uccisa, la violenza non si ferma a quel corpo esanime. Continua a propagarsi come un’onda d’urto distruttiva, devastando le vite di chi resta, dei figli, delle famiglie, condannati a un ergastolo di dolore e assenza. La testimonianza di Elisabeth è un monito che vieta a chiunque di noi di considerare questo dramma come “qualcosa che riguarda gli altri”. Non bastano più i minuti di silenzio. Non basta l’indignazione rituale che segue ogni nuova vittima, puntuale come un macabro copione. Serve una rivoluzione culturale che parta proprio dai ragazzi e dalle ragazze che l’altro giorno ascoltavano, feriti e attenti, quelle storie di dolore. Educare al rispetto significa radicare l’idea che la libertà dell’altro è sacra e inviolabile. Dall’Ateneo di Catanzaro si è levata una richiesta d’aiuto e, insieme, una promessa di riscatto. Se vogliamo davvero spezzare la catena di questa barbarie, dobbiamo smettere di giustificare, di minimizzare, di tacere. Dobbiamo imparare a chiamare le cose con il loro nome. E ricordarci, ogni singolo giorno, che la violenza non è mai amore, e che di fronte all’abuso il silenzio non è neutralità: è complicità.

“C’era un’aula universitaria, a Catanzaro, colma di sguardi giovani, di respiri sospesi e di una verità che fa tremare le vene: la violenza di genere non è un…”

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