C’è un silenzio diverso, oggi, in ogni curva d’Italia. Non è il silenzio di una sconfitta. È quello di chi ha perso qualcosa di suo. Franco Baresi non c’è più. Se n’è andato a 66 anni, dopo giorni che tutti — tifosi rossoneri e no — hanno vissuto con il fiato sospeso. Due giorni fa […]

C’è un silenzio diverso, oggi, in ogni curva d’Italia. Non è il silenzio di una sconfitta. È quello di chi ha perso qualcosa di suo.
Franco Baresi non c’è più. Se n’è andato a 66 anni, dopo giorni che tutti — tifosi rossoneri e no — hanno vissuto con il fiato sospeso. Due giorni fa era già corsa una notizia terribile, poi smentita dal Milan con parole dure, quasi rabbiose: “Rispettate la privacy”. Oggi, purtroppo, quella notizia è diventata vera.
E fa ancora più male così: perché per due giorni migliaia di persone hanno sperato che fosse solo un errore, un allarme di troppo. Non lo era.
Il Milan lo ha scritto con parole che pesano come macigni: “Non è semplice comunicare la perdita di un battito del nostro cuore, di uno dei respiri della nostra anima”. Non c’è retorica, in questa frase. C’è solo la verità di un club che ha perso un pezzo di se stesso.
Perché Franco Baresi non ha semplicemente giocato nel Milan. Franco Baresi era il Milan. Vent’anni, dal 1977 al 1997, sempre e solo con quella maglia — la numero 6, che dopo di lui nessuno ha più potuto indossare. Sei scudetti. Tre Coppe dei Campioni. Un’Intercontinentale, anzi due. Una fascia da capitano che non è mai stata solo un pezzo di stoffa al braccio.
E poi la Nazionale. Il Mondiale dell’82, vinto da ragazzo. La finale di Usa ’94, giocata da veterano, da leader, contro un dolore fisico che avrebbe fermato chiunque altro.
Chi lo ricorda in campo lo ricorda per gli anticipi impossibili, per quello sguardo che valeva più di mille tackle. Chi lo ha visto quest’inverno, a febbraio, portare la fiaccola olimpica a San Siro fianco a fianco con il suo eterno rivale-fratello Beppe Bergomi, lo ha visto per l’ultima volta da eroe, in mondovisione, davanti a uno stadio che lo applaudiva come sapeva applaudire solo lui.
Non se ne va un giocatore. Se ne va un’epoca. Se ne va l’ultimo, vero libero della storia del calcio italiano.
“E fa ancora più male così: perché per due giorni migliaia di persone hanno sperato che fosse solo un errore, un allarme di troppo. Non lo era.”
Ciao Franco. Il campo, oggi, è un po’ più vuoto.